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Mercoledì, 17 Settembre 2014 00:00

Violenza, genocidi e rifugiati

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La Grande Guerra segnò un punto di svolta nelle violenze inferte alle popolazioni civili. Con il conflitto nacque e ottenne uno statuto internazionale la figura del rifugiato. Alla fine del conflitto ve ne furono in tutta Europa.

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Le difficoltà dei rifugiati

Con la Prima guerra mondiale nacque una figura tipica del XX secolo: il rifugiato in fuga dalla guerra. Certo, anche i precedenti conflitti avevano provocato spostamenti di popolazione. Ma dopo il 1914, con la guerra totale, si varcò una nuova soglia, prima a causa delle vicende militari, poi della ridefinizione dei confini provocata dai trattati di pace e dai residui conflitti nell'Europa dell'Est.

La 'categoria' del rifugiato può essere divisa in tre gruppi:

  • i rifugiati all’interno del proprio paese
  • i rifugiati all’estero 
  • i rifugiati trasferiti a causa dei trattati di pace

In Germania, Austria-Ungheria, Russia, Italia e Francia, popolazioni civili abbandonarono le aree di frontiera, minacciate o invase, per rifugiarsi all'interno del Paese. In Francia i rifugiati fecero la loro comparsa fin dai primi giorni di guerra, quando le popolazioni dei dipartimenti francesi del Nord e dell'Est, terrorizzate dal racconto delle atrocità commesse dai tedeschi o confrontate con saccheggi, incendi e stupri, iniziarono a cercare rifugio verso l'interno. La presenza sul territorio di connazionali rifugiati costrinse le autorità a prestare loro aiuto, con il sostegno di organizzazioni caritative. In Germania furono organizzati servizi di accoglienza speciali nelle stazioni ferroviarie berlinesi, e i profughi ricevettero l'aiuto della Chiesa, di organizzazioni di beneficenza e della Croce Rossa tedesca, all'interno della quale fu fondata una sezione di "soccorso ai rifugiati". In Francia, dopo un'accoglienza generalmente adeguata nei primi mesi di guerra, le reazioni di rifiuto si moltiplicarono nel corso del conflitto. Sospettati di approfittare del sistema dei sussidi e di recalcitrare di fronte al lavoro, i rifugiati suscitavano reazioni di rigetto nelle popolazioni dell'interno con abitudini e idiomi diversi. Ben presto assimilati a una classe pericolosa, a volte considerati alla stregua di disertori che non avevano saputo difendere il loro territorio, i rifugiati furono spesso sfruttati, confinati in alloggi di scarsa qualità e furono vittime di comportamenti discriminatori. Il rapido rientro doveva anche consentire ai rifugiati francesi di uscire dalla marginalità a cui l'esilio li aveva costretti. In una società attaccata alla proprietà, alla residenza stabile, essere profughi significava aver perduto il proprio tetto, i ricordi di famiglia, il corredo ereditato: significava, insomma, vivere sradicati in un ambiente estraneo nel quale era difficile integrarsi.

Si valuta che il numero di belgi rifugiatisi all'estero sia stato di circa 1,4 milioni, ossia poco meno di un quinto della popolazione totale; per la maggior parte la fuga fu provocata dagli eventi legati all'inizio della guerra.

Malgrado le precauzioni prese da chi aveva negoziato i trattati di pace, e a dispetto della particolare attenzione riservata alle minoranze e allo status delle persone passate geograficamente sotto il controllo di un altro Stato, ai "rifugiati di guerra" fecero seguito i "rifugiati di pace". Dal momento che si puntava all'omogeneità nazionale degli Stati, le popolazioni che non appartenevano al gruppo maggioritario dovettero andarsene alla volta del "loro" Stato-Nazione.

Non è facile valutare il numero di profughi provocati dal conflitto: la mobilità dei rifugiati non favorisce un censimento. È però ragionevole valutare in oltre dieci milioni il numero dei rifugiati della Grande Guerra.

belgian-refugees-in-antwerp-1914

Il fronte interno

Durante la Prima guerra mondiale, il nemico interno rappresentò una figura centrale della cultura di guerra. In una guerra che richiedeva la mobilitazione dell'intera nazione, il "fronte interno" rappresentava una delle fonti della potenza militare: una sua eventuale debolezza era perciò motivo di apprensione. L'accusa di minare la volontà di difesa nazionale con atti sovversivi, terroristici, di sabotaggio, spionaggio o tradimento, fu rivolta soprattutto alle minoranze nazionali e a gruppi politici e ideologici minoritari. Nelle società in guerra, il confine tra non conformismo e sospetto di collaborazione con il nemico era molto labile. 

In Francia un’ondata di terrore causò incarcerazioni di tedeschi residenti. Alcuni giornali pubblicarono articoli diffamatori e ci fu una maggiore severità per le regole di riconoscimento della nazionalità che influenzarono l’ambiente. I pacifisti erano considerati aiutanti di spie e disfattisti. L’Inghilterra permise l’incarcerazione di tedeschi e austriaci e censurò le etichette “Made in Germany”.

Si pensava che i non-conformisti indebolissero le difese del paese, quindi la distribuzione dei volantini pacifisti veniva punita e alcuni patrioti irlandesi vennero giustiziati. Gli Stati Uniti entrarono in guerra tardivamente e non furono toccati da operazioni militari, però la lotta contro i nemici interni esisteva anche oltreoceano. Ci fu una caccia a presunti agenti o traditori e vennero puniti alcuni contadini luterani sospetti. L’odio e il razzismo nei confronti dei tedeschi portò a considerazioni distorte. In Germania si diffuse una forte paura delle spie che provocò xenofobia e antisemitismo, che aumentò durante tutta la guerra.

Dopo l’entrata in guerra degli USA, i tedeschi confermarono la tesi di un complotto capitalista mondiale contro di loro. Nella primavera del 1918 venne la nazione tedesca venne incolpata per la sconfitta e l’opposizione politica fu accusata di essere istigatrice di un complotto. Anche nelle terre conquistate si punirono i nemici interni. In Italia il nemico interno si fece subito avanti per la discussione sull’entrata in guerra del paese. Le diffidenze si moltiplicarono e se si aveva qualsiasi oggetto o accordo con la Germania non bisognava farsi notare. Ma dopo la sconfitta di Caporetto, tutto si intensificò: si diffusero voci di tradimento e ci fu un enorme aumento delle incarcerazioni.

L’idea dell'esistenza di un nemico interno restò viva nel dopoguerra e sfociò in una guerra civile che vide vincitore il sovversivismo fascista. Generalmente spie e traditori, veri o probabili, furono puniti o condannati a morte, al fine di rafforzare le difese dello Stato.

Malversazioni e atrocità contro i civili

La politicizzazione della guerra, iniziata con la Rivoluzione francese, era l'origine della maggior parte di queste violenze. Se la guerra (secondo Clausewitz) costituisce il perseguimento della politica attraverso altri mezzi, il soldato può essere considerato come un cittadino in armi che difende l'integrità della sua patria. Questo è anche il mito fondatore della leva di massa del 1793, in cui si rappresenta il coscritto come un volontario desideroso di difendere la sua sovranità.

L'esclusione dei civili dai combattimenti, in virtù della formalizzazione dello statuto giuridico del non combattente, si impose subito contro la politicizzazione della guerra. Durante le invasioni i soldati tedeschi si convinsero di trovarsi di fronte ad un sollevamento di massa delle popolazioni civili. La paura dei soldati fu presto mitigata da una reazione ufficiale che ordinò la messa in atto di severe rappresaglie contro la popolazione, quali esecuzioni collettive, incendi, scudi umani, massacri e deportazioni. Questa fu un'illusione di massa, una grande paura militare per la quale i tedeschi vennero condannati secondo il diritto internazionale che avevano approvato.

Ciascuna nazione dava per scontato il presupposto di essere l'incarnazione della “civiltà”, tanto che il nemico diventava automaticamente il “barbaro”, il cui segno identitario erano le “atrocità”. Le violenze sulle donne acquisirono valenza superiore alle dimensioni reali del fenomeno, poiché esse erano simbolo della patria. La guerra di propaganda (una guerra fatta di immagini che cerca di dare senso alla guerra e di incolpare il nemico di commettere atrocità) fu condotta da entrambi le parti del conflitto. La brutalità della Germania fornì alle accuse alleate un fondamento che mancava a quelle mosse nei confronti della parte tedesca. Il nemico interno era traditore dell'integrità nazionale e veniva generalmente minacciato e, in caso di tensioni, rischiava di fare da capro espiatorio.

Agli inizi della guerra furono attaccate le minoranze legate ai Paesi nemici, quindi ci fu la tendenza a vedere tutta la popolazione nemica come un bersaglio e si sollevò il dubbio riguardo al rispetto dello statuto di non combattenti dei civili, mentre una corrente xenofoba e antisemita nutriva l'estrema destra dei paesi europei. Quando tedeschi e austriaci tentarono di sollevare le nazionalità minoritarie (ucraini, polacchi, ebrei) contro i russi, li etichettarono come gruppi sleali e deportarono con la forza le popolazioni civili in condizioni disumane saccheggiando, distruggendo, commettendo violenze carnali e omicidi.

Gli armeni erano sospettati perché erano cristiani in una società musulmana. Le spinte separatiste manifestate prima della guerra causarono il loro massacro, il loro etichettamento come nemico interno, tanto che le comunità armene-russe furono sterminate e il loro reclutamento venne forzato. I turchi deportarono anche 850.000 armeni di cui solo 50.000 sopravvissero, per essere mandati poi a morire. Questo grazie ad una propaganda che impauriva la popolazione a proposito di un sollevamento armeno. Sfortunatamente l’ordine di grandezza del crimine fu giudicato in funzione dell’importanza del nemico, piuttosto che del numero delle vittime o della gravità dell’infrazione.

La violenza sui civili nei regimi di occupazione derivò da una volontà di dominio del territorio. Le terre occupate assomigliavano a dominazioni coloniali. Tutti i civili sospettati nei regimi di occupazione che resistevano agli occupanti, anche moralmente, venivano eliminati o puniti duramente. Dato che una guerra moderna costava molto ai paesi, la popolazione civile diventava una leva essenziale e/o un bersaglio, perciò la Germania sfruttò le risorse dei territori occupati, compresa la mano d’opera, mentre gli alleati godettero del controllo dei mari. La situazione per i paesi occupati fu vissuta come malversazione; fu un disastro soprattutto per l’immagine della Germania e una prova supplementare della natura atroce della politica di occupazione, e questo portò ad una brutalizzazione del rapporto fra soldato e civile. La propaganda degli alleati trovò la sua logica conseguenza nel tentativo di citare i crimini di guerra tedeschi presso i tribunali internazionali. Tale tentativo fallì, ma ebbe successo dopo il 1945. La politicizzazione della guerra tra il 1914 e il 1918 creò dinamiche di violenza tra soldati e civili, ancora oggi ben lontane dal potersi considerare concluse. La Prima guerra mondiale gettò la basi delle violenze odierne. Il termine "genocidio" nacque appunto durante questo periodo bellico.

Oggi le violenze vengono perpetrate in molte parti del mondo e già nel dopoguerra ci furono dei tentativi di genocidio. Il più famoso fu quello di Hitler contro gli ebrei. D'altra parte nacque la volontà di mettere un freno a simili atrocità. Vennero quindi create delle organizzazioni speciali ad hoc. La creazione della Società delle Nazioni, e successivamente dell'ONU, non fu vana e cominciò a porre un freno alle violenze. Questa nuova presa di coscienza riguardo alle malversazioni e ai nuovi tipi di soprusi cambiò il pensiero della gente. Senza la Grande Guerra non sarebbero stati possibili il cambiamento di mentalità e la maturazione di una nuova consapevolezza. 

Letto 8949 volte Ultima modifica il Venerdì, 05 Giugno 2020 19:18