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Mercoledì, 17 Settembre 2014 00:00

La Croce Rossa e la medicina durante la guerra

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La medicina fu messa a dura prova durante il conflitto. Ai morti e ai feriti sul campo di battaglia si sommarono le migliaia di persone scosse psicologicamente dalla violenza subita o esercitata. L'intervento del Comitato Internazionale della Croce Rossa, con sede a Ginevra, si impegnò durante il conflitto per il rimpatrio dei feriti e dei prigionieri di guerra.

Il ruolo del Comitato Internazionale della Croce Rossa

Durante la prima guerra mondiale, il Comitato Internazionale della Croce Rossa aprì a Ginevra, su iniziativa di Gustave Ador, l'Agenzia internazionale per i prigionieri di guerra, che arrivò ad occupare fino a 1200 collaboratori. Furono inviati con regolarità dei delegati nei campi di prigionia per esaminare le condizioni di detenzione e richiedere i miglioramenti. Si impegnò inoltre per ottenere il rimpatrio dei feriti gravi e organizzò, dalla fine del conflitto fino all'estate del 1922, il rientro dei prigionieri di guerra detenuti nella Russia sovietica. Tra il 1919 e il 1939, il CICR svolse la sua opera assistenziale a favore delle vittime di quasi tutti i conflitti armati, intervenendo anche dove non era previsto dalla convenzione di Ginevra.

Medicina e guerra

Durante la Grande Guerra ci furono numerosi feriti e morti. Nel corso del conflitto il problema principale fu costituito dalle misure profilattiche destinate a fronteggiare le minacce di malattie epidemiche, minacce rese più acute dalla grande concentrazione di feriti in un luogo solo e dal trattamento dei feriti, con riferimento particolare a quelli con gravi lesioni al cranio al torace, all’addome e agli arti.

La guerra pose nuovi problemi da affrontare: le ferite indotte dalle moderne artiglierie. Ciò richiese innovazioni nelle strategie di recupero e reintegrazione dei mutilati, conseguenti alla disponibilità di nuove tecnologie ricostruttive e di nuovi materiali prodotti dalla chimica moderna. I proiettili dilaniavano i corpi, frantumavano gli arti, distruggevano i volti e provocavano anche la lacerazione delle barriere anatomiche di protezione. La classe medica non aveva mai visto simili devastazioni fisiche, con una simile frequenza, al punto che i sanitari impegnati in prima linea, primi testimoni di questa violenza inaudita, ebbero enormi difficoltà a rendere conto degli orrori del campo di battaglia.

Il più grande dilemma posto durante la Grande Guerra alla classe medica fu: amputare, oppure operare e conservare il corpo? All’inizio del conflitto, nei casi di ferite agli arti, la parola d’ordine era il principio di conservazione degli interventisti. Ma il principio di conservazione non resistette alle numerosissime complicazioni (infezioni nel caso di ferite agli arti, costrizioni della mascella o pseudoartrosi, asfissia ed emorragie in caso di ferite maxillofacciali), e dunque si procedette con l’amputazione.

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Psichiatria e guerra

Un ramo della medicina che si sviluppò notevolmente fu la psichiatria. L’esperienza traumatica della trincea, lo stress continuo, il contatto con la morte, i patimenti fisici, la separazione dai cari provocarono sofferenze psichiche e mentali al di là di ogni previsione. Negli ospedaletti da campo presso le prime linee, affluirono migliaia di soldati sotto shock, confusi, paralizzati, che avevano perso l’uso della parola, dell’udito, o che avevano smarrito la memoria. Di queste migliaia di soldati una percentuale sempre maggiore fu trasferita nei manicomi, dai quali molti non uscirono mai più.

Fu necessario l’organizzazione di un servizio neuropsichiatrico diffuso e coordinato tra zona di guerra e ospedali nelle retrovie. I medici dovevano rapidamente classificare secondo la genesi, lo sviluppo e l’esito le sindromi nuove e difficilmente riconducibili ai tradizionali schemi interpretativi.

Le manifestazioni isteriche, che con grande frequenza si osservavano nei soldati, erano dominate da paura e da un senso di oppressione. La confusione era più tenace e il disorientamento si accompagnava a un sentimento di tristezza, oppure a un profondo dolore. La psichiatria italiana, con persistenza, spiegò queste manifestazioni come una degenerazione causata da una predisposizione. Questa persistenza derivava dalla volontà di non attribuire alla guerra l’azione determinante nell’insorgere di questi disagi psichici.

Nuove pratiche terapeutiche, come l’applicazione elettrica dolorosa accompagnata da bruschi comandi, l'ipnosi, le suggestioni collettive, risultarono assai efficaci nel rimuovere i sintomi più acuti, sgomberare di conseguenza gli ospedali e rinviare i soldati al fronte dopo pochi giorni. Infatti la psichiatria, durante questo periodo, si limitò a rimuovere i sintomi acuti, invece di studiarne la causa. Secondo Joseph Babinski, medico francese, non era la guerra a causare la malattia, bensì la volontà del soldato.

Freud nel 1919 dichiarò che la medicina era stata fuorviata dai suoi scopi, essenzialmente terapeutici, per servire a finalità militari. Secondo la teoria “fuga nella malattia”, di cui Freud rivendicò la paternità, il conflitto inconscio tra il senso del dovere e l’istinto di conservazione è la causa dei disturbi isterici, della perdita di memoria, degli accessi convulsivi; incapace di risolvere il conflitto, il soldato “fugge nella malattia” e con la comparsa dei sintomi può allontanare dalla coscienza ogni sentimento di opposizione alla guerra, sentimento che per lui è moralmente inaccettabile. Simmel spiegò che le esperienze troppo dolorose e traumatiche per il livello conscio passano all’inconscio e si traducono in sintomi fisici. Questo processo era favorito dall’indebolimento della personalità e dalla suggestionabilità indotte dalle discipline militari. Attraverso l’utilizzo dell’ipnosi si poteva risolvere il conflitto che soffocava la personalità. Ma anche Simmel, come altri, non volle accusare la guerra di essere la causa di questi problemi psichici, perché ciò avrebbe comportato una critica radicale.

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Secondo Rivers e altri specialisti, l’istinto umano si basava su tendenze istintive; in guerra, l’istinto che veniva chiamato in causa era quello della sopravvivenza. Il disturbo isterico rivelava uno stato di dissociazione, manifestazione di difesa dell’istinto che si manifestava con l’immobilità; in questo modo si spiegavano anche gli stati catalettici e di stupore.

I soldati ricoverati nei manicomi presentavano gravi sintomi confusionali e depressivi, per i quali non esistevano efficaci rimedi terapeutici. Questi soldati, per la maggior parte, erano chiusi in se stessi. La caratteristica comune delle vittime psichiche della guerra era il silenzio. L’impenetrabilità dei soldati era segno di una costernazione assoluta, di un distacco dalla vita profondo e disperato. L’idea del suicidio, dell’inutilità della vita, era insistente e ossessiva.

A differenza dei soldati, che benché confusi o depressi potevano comunque essere utilizzati in guerra, gli ufficiali dovevano per forza essere ricoverati, poiché un ufficiale con segni di stress, insonnia e scarsa capacità di concentrazione diventava inutilizzabile. Ci fu una certa riluttanza ad attribuire agli ufficiali la diagnosi che comportava la connotazione negativa della predisposizione o della degenerazione. Il tema dominante nelle nevrosi belliche degli ufficiali è il rimorso, il senso di colpa per aver usato la violenza sui soldati, per aver accompagnato le proprie truppe verso la morte, è il rifiuto di condividere le responsabilità della conduzione della guerra.

Nel dopoguerra numerosi soldati considerati guariti, grazie alle nuove pratiche terapeutiche, ebbero ricadute; altri non riuscirono ad adattarsi alla vita civile; altri caddero per la prima volta sotto il peso dei ricordi, si chiusero in se stessi e vissero in un mondo inquieto e impenetrabile, popolato di tristi ricordi.  

L'influenza spagnola

Durante la Grande Guerra, inoltre, si dovette affrontare una pandemia, la spagnola, che colpì il mondo intero tra il 1918 e il 1919, causando molte più vittime della guerra stessa. La malattia colpì tutti, senza differenza tra chi era vicino o lontano dai campi di battaglia. Nessuno conosce né la cause della comparsa del virus mutante che originò la malattia, né la sua cura. Le discussioni sull’origine della malattia echeggiarono gli stereotipi diffusi un po’ dappertutto dalla propaganda. Si raccontarono storie per colmare il vuoto provocato dall’ignoranza e dalla paura.

La spagnola, che seminò panico tra le popolazioni, fu alla base dell’idea che un conflitto internazionale doveva essere anche una guerra biologica. Essa rallentò l’attività militare e uccise molti soldati. Infatti la malattia colpì con particolare virulenza le persone giovani e forti. I suoi tassi di morbosità e di mortalità erano più alti nella fascia di età tra i venti e i quarant’anni. La morte arrivava in fretta, ma non senza sofferenza: le vittime morivano soffocate dai fluidi liberati dall’infezione.

All’epoca tutti pensavano, erroneamente, che la spagnola rinviasse ai conflitti del passato, quando guerra e malattie infettive andavano di pari passo.  La malattia fu considerata dai sopravvissuti come la classica alleanza fra i due cavalieri dell’Apocalisse, guerra e malattia.

Grippe1918

Il paradosso della spagnola fu che in tema di sanità pubblica, e per motivazioni sociali e politiche, la malattia spinse a sviluppare metodi di profilassi, minando la credibilità dei medici, incapaci di fornire antidoti efficace. Infatti l’unico metodo efficace per affrontarla fu la quarantena.

La malattia scomparve da sola quando mutò forma, ma ancora oggi non si sa come combatterla. Tuttora il problema di sapere se un giorno tornerà è oggetto di speculazioni.

Letto 18139 volte Ultima modifica il Venerdì, 10 Ottobre 2014 08:46